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 Quella voglia di votare "no"

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AutoreMessaggio
Lara




MessaggioOggetto: Quella voglia di votare "no"   Gio 2 Giu - 19:54

Un comico che rinuncia ad una battuta è un comico fallito? L’ex-segretario di un partito che si accontenta del meno peggio, è uno zerbino del nuovo capo? Il disilluso dei partiti con gagliardetto e una lunga scia di fallimenti, è un pecorone manovrato?
La verità è che chi ha concepito questa brutta  riforma e coloro che la combattono in modo sguaiato e manicheo sono figli dello stesso modus operandi:  la contrapposizione da social network, aprioristica e irresponsabile, quella  che si avvita su  stessa, generando mostri di inutilità e di beceraggine.
Mentre il contenuto si allontana, è la storia personale di ognuno che viene discussa, l’appartenenza vera o presunta ad una  consorteria o la sordida convenienza personale.
L’irresponsabilità dei social si poggia sul  diffuso anonimato, ma quella esibita dai protagonisti pubblici del dibattito non è che il riflesso strumentale dei  nuovi  veicoli d’opinione.
Il premier che commenta su twitter vuole far credere di essere sullo stesso piano degli  altri migliaia di utenti  che postano battute su qualsiasi accadimento pubblico e privato, un dar di gomito alle pari opportunità di espressione, come se fosse mai bastato un semplice “governo ladro!” a sistemare i problemi di una comunità.
C’è un altro comico, che non rinuncia mai ad una battuta. E come potrebbe? E’ una carriera che si fonda su applausi e risate, il linguaggio elementare di chi sa stare sulla scena.
In fondo, l’unico che conti su un palcoscenico asfittico e imbalsamato come quello italiano, tanto da ingolosire chi lo detiene a trasformare il gioco parodistico in progetto politico.
Rinunciare ad una battuta è rinunciare ad un applauso, e un comico sa cosa strappa l’applauso.
Ho apprezzato la serietà del cittadino Benigni, che ha spiegato le sue ragioni, fondandole su un’etica di responsabilità, preoccupato dello scenario alternativo creato dalla vittoria dei “no”.
Forse, è una valutazione errata, ma è una considerazione legittima, su cui tutti sono chiamati ad interrogarsi. Se la risposta è diversa, ciò non autorizza nessuno a delegittimare i portatori di idee diverse dalle proprie, isolandoli dal contesto dei “giusti”.
Io  ero propensa a votare “si”, ma l’arroganza degli uni e degli altri svilisce  qualsiasi scelta, pone la Costituzione come un vile pretesto di affermazione dell’uno o di tutti gli altri.
Suppongo che Renzi  avesse messo in conto l’aspra battaglia che avrebbe dovuto affrontare per  portare a casa qualche  riforma, in un paese che si era dimostrato campione di dilazionamenti e distinguo, pur di lasciare tutto inalterato, ove le premesse virtuose non hanno mai generato conseguenze.
Ma, il fatto è che le riforme cattive sono già state fatte, quella di Treu sul lavoro, la legge Calderoli, la legge  Fornero, e tante altre, per cui non c’è niente di nuovo in questo attuato riformismo.
Nella lunga scia dei suoi predecessori, continuano a mancare provvedimenti caratterizzati da una visione sociale di equità, trasparenza, pari opportunità e investimenti sul lavoro.
Riforme monche e aborracciate, come tutte le precedenti, ma col piglio decisionista di un eroe da playstation, il campione virtuale ed energetico della Bella Italia orgogliosa, con gli Uffizi da una parte e la voragine con le auto dall’altra.
Confesso, contro ogni considerazione di buon senso, di essere tentata dal “no”.
Anche se si tratta di una riforma maldestra, non nasconde più insidie autoritarie di quante non ne contenga qualsiasi costruzione istituzionale in mano alle persone sbagliate, qualcosa viene addirittura riformato in senso positivo, e so che lo scenario post-renziano appare caotico e pericoloso: eppure il fastidio di essere arruolata nei ranghi di una maggioranza così superficiale e velleitaria mi infastidisce non poco.
Ma sarebbe lo stesso se abdicassi alle ragioni della contrapposizione anti-renziana, anch’essa  stravolta dai pregiudizi antropologici e identitari.
Gli italiani sono tutti malati di mente, dice un noto psichiatra italiano. Forse, è vero. Guelfi e Ghibellini, Mafia ed Anti-mafia ,Legalità e giustizialismo, tutto si cristallizza nel nominalismo delle posizioni.
Mentre, fuori, il mondo va avanti, il nostro manicomio gira a vuoto, tra chi si crede Napoleone e chi si crede Robespierre.
Spiegare ai matti del manicomio che votare “si” non significa essere renziani, e  votare “no” non  presuppone il contrario, è come spiegare a un romanista  che tifare per la Juventus in Coppa Campioni non significa essere juventini o anti-romanisti.
E’ una questione di serietà, o di sanità mentale.
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cardif




MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Sab 4 Giu - 23:37

Ho letto già abbastanza finora per avere un'idea chiara: sono per il NO. E non credo che cambierò idea.

Può essere che sbaglio, certo. Però:
- condivido le motivazioni addotte da autorevoli personalità come Lorenza Carlassare, Gustavo Zagrebelsky, Salvatore Setis nel merito della riforma;
- nel merito della riforma non mi piace l'aumento di autoritarismo, soprattutto perché combinato con la legge elettorale; questa consente ai capolista di entrare alla Camera con la corsia preferenziale del capolista bloccato, e consente di completare la selezione degli allineati col meccanismo delle candidature multiple; risultato: una Camera asservita al Capo del governo;
- non mi convincono le motivazioni a favore del SI del tipo: ormai il cammino è compiuto, questa riforma è attesa da trent'anni, si riducono le spese della politica, ecc ecc; tutte motivazioni deboli;
- non accetto l'idea che è meglio una riforma, qualunque essa sia, che lasciare le cose come stanno; che chi vota NO è contro il rinnovamento e vota come CasaPound, e cretinate simili;
- non accetto il ricatto morale per cui votare NO è tradire la sinistra, anche perché ho forti dubbi che sia 'sinistra' quella che vuole questa riforma; la 'fedeltà alla ditta' non è una ragione valida, dato che la ditta ha cambiato ragione sociale.

Se poi lo si volesse leggere come un referendum sull'operato del governo come propone continuamente lo stesso Renzi, cosa di per sé sbagliata perché la riforma resta anche dopo di lui, sono ancora più convinto che votare NO è la cosa giusta, visto che questo operato non mi è piaciuto.
A cominciare del primo cavallo di battaglia di questo governo: gli 80 € dati a chi ha un reddito tra 8.000 e 25.000 € lordi l'anno. Come si può accettare che non si sia dato niente a chi ha meno di 8.000 €?
Per proseguire col tanto decantato jobs atc, che avrebbe aiutato le imprese ad assumere. Appena finiti gli sgravi fiscali, non ci sono stati più i rinnovi contrattuali e sono aumentati a dismisura i voucher, che sono il massimo della precarizzazione.
Per finire col TTIP, oscuro in quanto segretato accordo che Renzi vuole e io no.

Giusto per citare il minimo; ci sarebbe pure tanto altro da aggiungere.

cardif
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flaviomob



Età : 46
Località : Monza

MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Gio 9 Giu - 1:02

Come (de)scrivere meglio di Cardif le ragioni del NO?

Impossibile.

Aggiungo solo che il problema d'Italia non è la stabilità di chi governa (ché con i Craxi e i Berlusconi si collezionavano i record di durata delle compagini ministeriali), ne' la mera produttività di leggi (infinite, di lunghezza e complessità spropositata), ma piuttosto il reale controllo, l'esame minuzioso e impietoso, l'analisi onesta e non collusa dei provvedimenti legislativi (ed esecutivi).

Aggiungo che comunque con la riforma del Senato rimane aperta la porta per maggioranze diverse da quelle della Camera e si creano le condizioni per ricorsi alla Corte costituzionale contro gli squilibri e le competenze ripartite tra i due rami del parlamento e gli enti locali, contro l'eccessivo premio di maggioranza, contro la possibilità di distorcere il significato e la rappresentatività del quorum di due terzi richiesto per le riforme costituzionali ulteriori, nonché i passaggi per l'elezione di giudici supremi, capo dello Stato, vertici Rai, etc.
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iafran




MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Mer 29 Giu - 14:54

Ai nostri giovani governanti ed a tutto l’ambaradan interessato che li sostiene sottopongo l’articolo ironico di Silvia Truzzi di ieri.
 .   .   .   .  .  .  .  .  .

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/dai-rifacciamo-anche-il-referendum-del-46/


Brexit e voto responsabile: dai, rifacciamo anche il referendum del ’46


Massì dai, rifacciamo il referendum. Non piace l’esito? Riprova, sarai più fortunato. Da giorni sentiamo parlare di una raccolta di firme con cui un milione, poi due, poi tre di cittadini inglesi chiedono di rivotare con nuove regole per la Brexit. La petizione (di cui già 77mila firme sarebbero state invalidate) era stata lanciata tempo fa – ironia della sorte – da un fautore del Leave che temeva un esito non in linea con le sue convinzioni. Ovviamente non si rifarà alcunché – ridicolo solo pensarlo – ma la notizia viene data con evidenza perché sarebbe inequivocabile segno di ravvedimento dopo le reprimende internazionali: hanno sbagliato, ma sono pronti a pentirsi e genuflettersi (dieci Pater e cinque Ave).
Passando in rassegna le articolesse degli inviati nelle famigerate zone rurali responsabili della “catastrofe” (contadini che solo ora si domandano sgomenti “ma cosa abbiamo combinato?”) e gli editoriali indignati di commentatori a cui pare abbiano assassinato un congiunto, lo scenario è quello di una guerra mondiale. Anzi siamo già al genocidio: un’intera generazione è stata uccisa nelle urne. È tutto un parlare straziato di fine del sogno, di vecchi vendicativi e nostalgici, giovani rovinati: addio Interrail, addio Erasmus. Quando la formula di viaggio riservata agli under 21 fu inventata nel 1972, si poteva viaggiare per l’Europa in Paesi che all’epoca non avevano ancora aderito alla Cee. E al programma di mobilità studentesca che consente di fare un periodo di studi legalmente riconosciuto all’estero aderiscono anche Turchia, Islanda e Norvegia che non fanno parte della Ue. Bisognerebbe poi chiedere a Romano Prodi come abbia fatto, all’alba degli anni Sessanta, a perfezionare i suoi studi alla London School of Economics. Si sarà imbarcato come mozzo su una nave? Avrà falsificato i documenti?
Al di là del folklore, è inaccettabile il tentativo di delegittimare il voto, con la scusa della presunta difficoltà del tema: argomento troppo complesso per darlo in pasto ai bifolchi delle contee che vanno alle urne con la vanga e imbrattano la scheda con le mani sporche di terra. Facciamo così: per evitare “l’abuso populistico della democrazia”, rifacciamo tutto da capo. E in cabina elettorale sono ammessi solo i lavoratori della City, i residenti a Myfair, i contribuenti con più di un milione di sterline di reddito, i certificati sostenitori del Remain.
Oppure torniamo ai vecchi tempi, quando in Italia (fino a un secolo fa) votavano solo i maschi abbienti e poi i maschi che sapevano leggere e scrivere. Il suffragio universale lo conosciamo da poco: nel ’46, al referendum istituzionale, andarono alle urne per la prima volta anche le donne. Potremmo rifare anche quello: l’organizzazione dello Stato è certamente materia troppo complessa per farla valutare a un popolo (ai tempi analfabeta al 60%). Chi erano quei poveracci dei nostri nonni per cacciare un Re (un Re, mica un usciere) e scegliere la Repubblica? Ora siamo chiamati (in ottobre, ma forse in novembre o forse in dicembre) a un altro referendum, piuttosto tecnico, che modifica 43 articoli della Costituzione su materie decisamente complesse. Che poi: se la Carta del ’47 fu scritta in maniera chiara apposta per essere compresa da tutti, quella nuova è scritta apposta perché le persone non capiscano. Tra una complessità e un tecnicismo, ci sarebbe un piccolo particolare: se passa non votiamo più al Senato. Pazienza, che vuoi che sia. Facciamo votare solo i laureati in Legge? Eh no perché “la riforma è problema troppo serio per essere affidato ai soli costituzionalisti”, come ha scritto Michele Salvati sul Corriere. Facciamo così: abilitati solo i giuristi della maggioranza Pd (giureconsulti del calibro del ministro Boschi).
I governi, dicono, esistono apposta per decidere sulle questioni complesse, che la plebe ignorante ignora. Dunque poniamo che due secoli di lotte sindacali e diritti sociali venissero (è una pura ipotesi, naturalmente) cancellati d’un tratto perché così decide, mettiamo, la finanza internazionale: la plebe non avrebbe diritto di parola. Se il lavoro, la salute, l’istruzionenon fossero più diritti garantiti, i popoli dovrebbero educatamente soprassedere. Se hanno davvero fame, gli daremo delle brioche. Il vero punto però è prima del merito: è accettare o no i meccanismi democratici. Il passo successivo all’isteria cui stiamo assistendo è il governo degli ottimati, che oggi chiamiamo tecnici (ai quali dobbiamo capolavori tecnici come i 300mila esodati dimenticati dalla legge Fornero). È incredibile che a dare questa prova di razzismo contro i vecchi, retrogradi, inabili al voto (chi sono gli inglesi per decidere del loro destino? Mica vorranno dare lezioni di democrazia?) siano gli stessi a cui viene l’orticaria al solo nominare Salvini. Vuoi vedere che gli intellettuali illuminati e progressisti hanno scoperto che il governo del popolo puzza di popolo? Che schifo.
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Rom




MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Gio 30 Giu - 1:20

Mi tolgo subito il problema del referendum nostrano: voterò NO, senza se e senza ma.
E non c'è stato bisogno di pensare e sopepsare, ho deciso per il NO ancora prima che venisse licenziata la stesura definitiva delle "riforme".
Questione di feeling.

Per il resto, tutte ottime considerazioni, quelle contenute in questa pagina  di forum: nel senso di ragionevoli, attendibili, intelligenti.
Ma come la penso sulla politica attuale dovrebbe essere cosa nota, agli amici con i quali faccio conversazione da anni.
Tutte le ottime considerazioni (relative al referendum come formula, con l'occasione del Brexit) presuppongono una politica che non ha molto a che fare con la situazione dell'epoca attuale.

Il popolo non è quel popolo implicito nelle istituzioni liberali.
La classe politica non è quella classe politica implicita nelle istituzioni liberali.
La comunicazione non è la stessa vigente al momento in cui furono inventate le istituzioni liberali.
Le dimensioni e le implicazioni dei puzzle geopolitici ed economici non sono le stesse d'antan.
Tutto l'impianto della democrazia, insomma, è ben lontano dalle condizioni originarie - e non parlo dell'Atene di Pericle, ma dell'Europa del '700, e anche di buona parte dell''800, e pure dell'ultimo dopoguerra.

Io non sono in grado, in tutta cosceinza, di valutare se e quanto possa essere conveniente per l'Italia (o peggio la GB) stare o uscire dalla UE.
Non sono in grado di sapere davvero se e quanto sia meglio rinunciare al nucleare.
Due esempi di referndu, o comque "scelte" binarie, ON-OFF.
Per quanto ne so, non c'è accordo su temi di questo genere nemmeno tra studiosi e esperti, mentre è abbastanza chiaro che esistono diversi motivi per sospettare che ditro molte loro posizioni si nascondano sordidi interessi, o semplici rivalità pregiudiziali.
Di conseguenza sarei un matto o un ipocrita se dicessi che mia zia, o un fessacchione qualunque (magari di buon cuore) sia in grado di esprimere un'opinione attendibile.

La conclusione è che molte decisioni - sia in sede legislativa, sia in quella elettorale, sia referendaria - equivalgono a tirare una moneta per aria, testa o croce. Se va bene, va bene, o sennò come va va, la vita in qualche modo continua, male come sempre per tanti, meglio come sempre per pochi.
Questa mi sembra la situazione caotica, magmatica attuale. Che di democratico ha ben poco, ma certamnte non a causa di una carenza di votazioni e di espressioni della "volontà del popolo".

_________________
Storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale
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iafran




MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Ven 30 Set - 14:09

Dal momento che ho postato qualcosa ieri, voglio continuare presentando, oggi,  l’articolo che Gianfranco Pasquino ha pubblicato su “il Fatto”, del 24 agosto 2016,  in risposta alle affermazioni di Luciano Violante al meeting di CL. 
Potevo anche trascriverlo dalla copia cartacea ma c’è copyright; pertanto, invito chi può a riportarlo integralmente per diffondere l’opinione del politologo.     
.  .  .  .  .  .  .  .  . 

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/referendum-violante-sinventa-di-tutto-per-giustificare-il-si/

Referendum, Violante s’inventa di tutto per giustificare il Sì   di Gianfranco Pasquino

Avendo letto con crescente imbarazzo, per lui, il compitino sulle modalità con le quali fu scritta la Costituzione italiana presentato da Luciano Violante al meeting di Comunione e Liberazione, mi sono soffermato su quello che l’autore considera il punto centrale per governare il Paese a forma di stivale. Esistono, secondo Violante, precise “ragioni storiche per (...)
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MessaggioOggetto: Re: Quella voglia di votare "no"   Oggi a 5:39

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