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 La simbiosi mortale tra carcere e marginalità

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flaviomob



Età : 46
Località : Monza

MessaggioOggetto: La simbiosi mortale tra carcere e marginalità    Lun 8 Lug - 20:14

La simbiosi mortale tra carcere e marginalità

«Ipercarcerazione» dello studioso francese Loïc Wacquant per ombre corte

Un articolato sistema di controllo sociale e di legittimazione della precarietà

Una crescita abnorme di risorse per il sistema penale in nome della sicurezza

L'abilità dello studioso consiste quindi nella capacità di mantenere la propria lucidità anche nei momenti di acceso dibattito e di militanza politica e accademica. Loic Wacquant rientra a pieno titolo in questa tipologia di intellettuale. Negli anni della tolleranza zero e del securitarismo come arma di lotta politica, i suoi lavori si sono rivelati uno strumento efficace di disvelamento delle conraddizioni insite nella sicurezza e nella penalità. L'ultima raccolta dei suoi lavori, Iperincarcerazione (ombre corte, pp.150, euro 15), rappresenta un valido strumento per orientarsi all'interno della galassia della «penologia» e della sicurezza urbana e per disvelare i meccanismi di legittimazione del discorso securitario. In polemica con gli studiosi che parlano di incarcerazione di massa, Wacquant ci spiega come il problema, all'interno della comunità scientifica, risieda a monte.

A partire dalla fine degli anni Settanta, con l'approssimarsi del reaganismo, si è preferito ignorare le carceri come oggetto di studio per concentrarsi sulla percezione di insicurezza che aleggiava nell'opinione pubblica e sulle statistiche relative agli alti tassi di criminalità. A questa tendenza, va sommata l' opacità della prigione, intesa come attitudine degli operatori penitenziari ad occultare o presentare in modo alterato la quotidianità dietro le sbarre. Le sviste più o meno consapevoli evidenziate da Wacquant hanno perciò impedito di vedere che una guerra alla criminalità non c'è mai stata, ma piuttosto si è trattato di una guerra ai cittadini, in particolare ai membri delle cosiddette classi pericolose (operai, disoccupati, minoranze etniche), attraverso la quale è stato possibile realizzare una ristruttuazione qualitativa dello Stato, che cessa di essere sociale, per diventare, in particolare negli Usa, Stato penale. L'espansione della sfera penale, che oltreoceano si è tradotta nell'aumento della popolazione detenuta da 100 mila a due milioni di unità in un trentennio, senza contare l'esecuzione penale esterna, non è servita soltanto a rassicurare una società sempre più incerta e precaria.

Le sentenze più lunghe hanno permesso di aumentare i rischi derivanti dall'intraprendere attività illegali di strada, ma soprattutto a ridurre la disoccupazione nella misura in cui gli afroamericani espulsi dal ciclo produttivo ingrossavano massicciamente le file dei detenuti. Si sono così create le condizioni per reclutare una manodopera più docile, più sfruttabile e dequalificata, disposta a lavorare dietro l'accettazione di salari ridotti. Simmetricamente a questo processo, l'asse della spesa pubblica si è spostato dal welfare state al potenziamento della macchina penitenziaria, col numero degli addetti del settore cresciuto fino a superare il mezzo milione, e l'indotto generato dalla costruzione delle prigioni, dalla manutenzione, dalla refezione, e dai manufatti necessari al sistema penitenziario (arredi, congegni elettronici e cosi via) ad espandersi. Il comparto penitenziario è così assurto al rango di settore economico indipendente, anche se, nota l'autore, non si può parlare di uno spostamento dall'apparato militarindustriale al penitenziario-industriale. Innanzitutto, perché non esiste una centrale di coordinamento come il Pentagono e le agenzie penali sono decentrate.

Inoltre, perché la finanza, la Silicon Valley, la grande distibuzione vale a dire i settori di punta dell'economia americana, realizzano fatturati che li pongono di gran lunga in una posizione egemone all'interno dell'economia statunitense. I prigionieri dell'iperincarcerazione si contraddistinguono per portare un marchio specifico di classe, sesso e razza. Si tratta soprattutto di maschi, operai, afroamericani, solo un terzo dei quali aveva un lavoro a tempo determinato al momento dell'arresto. Ci troviamo di fronte, dice Wacquant, ai prodotti dell'iperghetto creatosi nelle metropoli americane sin dalla fine degli anni Settanta, quando la delocalizzazione da un lato, l'esodo dei bianchi operai ( i cosiddetti Reagan democrats ) e di classe media verso i sobborghi, ha prodotto quello smantellamento della rete di protezione sociale che ha spianato la strada all'espandersi del sistema penale all'interno della società americana. Si è così realizzata quella «simbiosi mortale» tra ghetto e prigione che Wacquant aveva sviscerato in un suo precedente lavoro, all'interno della quale chi non finisce in prigione sopravvive tra le spire del «welfare to work» che vorrebbero introdurre anche in Italia: lavori precari, sottopagati, situati a notevole distanza dal luogo di residenza, in cambio di un residuo scadente di assistenza sociale, sotto l'impegno da parte dei fruitori a non indulgere in comportamenti eccentrici. L'espansione della sfera penitenziaria, dice Wacquant, svela il paradosso del neoliberismo, che si manifesta come un sistema tanto deregolato verso l'alto quanto disciplinare verso il basso, con l'intervento pubblico che non è stato smantellato, ma semmai spostato dall'integrazione sociale alla marginalizzazione permanente. Come se ne esce? Ovviamente rifondando un welfare calibrato sui cambiamenti sociali degli ultimi anni.
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flaviomob



Età : 46
Località : Monza

MessaggioOggetto: Re: La simbiosi mortale tra carcere e marginalità    Sab 13 Lug - 15:39

POTEVANO PENSARCI PRIMA

Il rumore del blindo che si chiude alle tue spalle non lo dimentichi. Ti entra dentro e comincia a scavare, lentamente. Eppure non è questo a eroderti l'anima in carcere, ma la vita di tutti i giorni. Avete presente la sensazione che provate in un locale piccolo, maleodorante e sovraffollato? Potreste viverci dentro 23 ore al giorno? Impossibile? No, no; possibile.
"Basta con le lamentele. Potevano pensarci prima", ci sentiamo spesso rispondere. Ora immaginate di essere in una stanza larga tre passi e lunga sei. Metteteci sei letti a castello, tre da una parte e tre dall'altra. Quattro armadietti, un tavolo e un paio di sedie, non di più. Manca qualcosa?
Ah già, il bagno. Tazza, lavandino e una doccia. Finestra? Niente vetri; plexigras, sbarre in acciaio e bocche di lupo verso l'esterno. Il cielo non si vede, la sua assenza fa parte delle pene accessorie. Siete tra quelli che in un letto a castello scelgono quello sopra? Ahi, siete a più di due metri da terra. L'unica alternativa è dormire legati, sperando di non aver conti in sospeso con nessuno.
Poi ci sono gli stupri, i suicidi, i suicidi dopo gli stupri; ingoiando lamette, appendendosi con le lenzuola per il collo, infilando la testa in sacchetti di plastica collegati a fornellini da campeggio...
Troppa ansia, meglio scendere dalla branda. No, non ora; non è il vostro turno. "Ma io voglio fare solo due passi". Appunto, non è il vostro turno. Non si può nemmeno stare in piedi tutti assieme, figuriamoci camminare!
Come? State male? Chiamiamo un agente. Al momento sono tutti occupati. Aspettate. Il lavoro è tanto e loro sono pochi. Meglio prendere dei tranquillanti, quelli non mancano mai. Forse potreste sperare nelle cosiddette misure alternative. Non contateci troppo, però; meno di 15.000 detenuti in Italia riescono a beneficiarne. Nel resto d'Europa - Francia, Germania, Spagna, Inghilterra - sono almeno 10 volte tanto.
"Basta con le lamentele! Potevano pensarci prima", continuerà a dire qualcuno.
Dal 2009 a oggi la Corte europea dei diritti umani è intervenuta diverse volte per condannare l'Italia a pagare risarcimenti per le condizioni delle carceri; l'ultima volta ci è costato 100.000 euro e se le cose non cambiano presto potrebbero trasformarsi in milioni. "Come milioni? C'è la crisi, quei soldi ci servono per la sanità, la scuola, la disoccupazione...".
Vero.

E sapete cosa ci risponderanno da Strasburgo?

Basta con le lamentele! Potevate pensarci prima.

(Collettivo Sabot, per Amnesty International)
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einrix




MessaggioOggetto: Re: La simbiosi mortale tra carcere e marginalità    Mar 30 Lug - 16:43

Ho letto di recente: Educazione siberiana, di  Nicolaj Lilin che descrive, tra le altre cose anche la vita in un carcere minorile in Russia. Vi era una certa continuità generazionale, tra le esperienze dei vecchi criminali dei primi anni della Repubblica Sovietica, dei criminali adulti, alla fine della Repubblica Sovietica, sino ai giovani dell'ultimo periodo post sovietico. E allora quando leggo questa considerazione: "L'espansione della sfera penitenziaria, dice Wacquant, svela il paradosso del neoliberismo, che si manifesta come un sistema tanto deregolato verso l'alto quanto disciplinare verso il basso, con l'intervento pubblico che non è stato smantellato, ma semmai spostato dall'integrazione sociale alla marginalizzazione permanente." Trovo che non si tratti solo di un paradosso del neoliberismo, ma che dipenda da altri fattori che alla fine sono quasi-invarianti rispetto al sistema economico-politico, socialista o liberista che sia.

I casi sono molteplici, ed è difficile raccoglierli in un'unica categoria: dalle minoranze che competono con maggior difficoltà, ad altre che invece, con quel mondo non vogliono competere, e che entrano naturalmente, spontaneamente in conflitto: i criminali siberiani in Russia o in Transnistria, ma anche camorristi e mafiosi dalla Campania alla Sicilia. E poi, oltre il mondo della Giustizia, c'è quello della carcerazione, che obbedisce a meccanismi che sfuggono alle forme del governo, e che si adatta a concezioni etiche che nel carcere vengono importate proprio dalla società, solo tra virgolette, civile.
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MessaggioOggetto: Re: La simbiosi mortale tra carcere e marginalità    Oggi a 21:09

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