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 Bruno Caccia

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flaviomob



Età : 46
Località : Monza

MessaggioOggetto: Bruno Caccia   Lun 1 Lug - 8:23

Gian Carlo Caselli - giugno 2013


Bruno Caccia venticinque anni dopo

Sono passati 30 anni dal 26 giugno 1983, quando venne assassinato (da un insediamento torinese della ‘ndranghe­ta) il Procuratore di Torino Bruno Cac­cia.
Il suo omicidio fu purtroppo l’ennesimo segmento di una intermina­bile sequenza di uccisioni di valorosi magistrati, vitti­me della violenza terro­ristica o mafiosa. A quei tempi, che sembrano tanto lontani ma sono nel cuore così vicini, i magistra­ti si uccide­vano. Ma non si disonorava­no.
Nella sentenza di condanna (definiti­va) di uno degli imputati dell’assassi­nio di Bruno Caccia, appartenente lla famiglia Belfiore, si legge che egli “era uno di quei magistrati che non vengo­no a patti con la criminalità”. E che “era accanito contro la criminalità or­ganizzata”.
Acca­nito… Quante volte abbiamo sentito ri­petere questa parola, negli ul­timi anni e ancora oggi, con riferi­mento a magistrati “colpevoli” unica­mente di fare il loro dovere, anche nei confronti di poteri forti o di interessi refrattari al controllo di legalità. Acca­nito… Ecco una parola che costituisce un titolo di merito se riferita ad un ma­gistrato morto, mentre per i magistrati ancora vivi – ma scomodi – viene spes­so usata come una clava. Strano il de­stino di questa parola. Strano, ma illu­minante.
Bruno Caccia era accanito nel senso che ricercava la verità con determina­zione. Sempre attento alle regole ma non in­differente ai risultati. Scrupoloso nell’adempimento dei suoi doveri. Senza sconti per nessuno. Per lui non contava lo “status” sociale, economico o politico di questo o di quello, come non contava la caratura criminale. Nul­la che non fos­se la legge poteva influi­re su di lui. Dun­que, l’accanimento di Caccia intrecciava il senso dello Stato con la responsabilità individuale. Ine­stricabilmente.
Quel “senso dello Stato” traeva ori­gine da una convinzione profonda: che solo la convivenza pacifica è convi­venza civile; nella quale soltanto pos­sono trovar svi­luppo altri valori, quali libertà, solidarie­tà, eguaglianza, fratellanza, giustizia. E però la pacifica convivenza necessita di regole; di re­gole che devono essere osservate. E compito del magistrato è appunto quel­lo di farle osservare. A tutti. Altrimenti si apre la strada alla sopraffazione del più forte sul più debole, del criminale sulla vittima.
Ben si comprende, allora, perché Bru­no Caccia sia – ancora oggi – un modello per tutti i magistrati che hanno avuto il privilegio di stargli accanto (io sono stato tra questi ai tempi delle in­chieste sui capi storici delle Brigate rosse) o di conoscer­ne la storia. Ma an­che un punto di riferi­mento ben oltre la cerchia giudiziaria.
Come prova il fatto che una cascina di San Sebastiano Po (Torino), confi­scata proprio alla famiglia Belfiore e ora asse­gnata a “Libera”, a Bruno Cac­cia e alla moglie Carla sia stata intesta­ta dai giova­ni che coraggiosamente la gestiscono, con impegno quotidiano perchè la legali­tà renda i cittadini sem­pre più alleati del­lo Stato.


http://www.isiciliani.it/bruno-caccia-venticinque-anni-dopo/#.UdEa2tggLAI
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