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 La porta

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MessaggioOggetto: La porta   Sab 25 Mag - 18:35

Se era successo, doveva trattarsi di pochi anni prima. Sapevo di essere stata in coma, dopo un incidente. Il fatto era che non ricordavo nulla, né dell’incidente, né della mia vita di prima. O meglio, ricordavo tutto di me, ma non degli altri, delle cose che mi circondavano. Come se avessi potuto galleggiare, in passato, come una monade psichica, senza affetti, senza rabbie, senza il senso della comunanza coi miei simili.
Avevo la percezione della mia esistenza come un tunnel pieno di insegnamenti e di amarezze, ma pareva che avessi appreso tutto da sola, senza che dalle pareti si stagliassero occasioni, persone, situazioni degne di nota.
Una cosa era certa: non avevo lasciato, dopo il mio coma, molte persone in ansia. C’era mia madre, mio fratello, e nessun amico, nessun compagno. O forse si erano stancati di aspettare, ed io non volevo chiedere, parlare. Dottori e infermiere venivano nella mia stanza con scarsa frequenza. Meno, mi pareva, di quanto facesse mia madre. Ed io non parlavo.
Sapevo di poter parlare, mi era scappato un “accidenti” la mattina prima, quando mi ero svegliata a causa di una lama di luce accecante che filtrava tra le tende mal accostate e finiva dritta sul mio cuscino.Quando mi ero accorta che nessuno si aspettava che rispondessi ai loro discorsi e che continuavano a trafficare senza guardarmi, sentii il sollievo di chi c’è, ma è invisibile.
Non riuscivo a spiegarmi perché non desiderassi entrare in contatto con le persone che si succedevano nella stanza, perché non sentissi nessuna curiosità, quale fosse il rancore che mi rendeva muta, quale altra sofferenza cercassi di allontanare.
C’era un calendario nella parete accanto alla porta d’ingresso: 2008. Mi pareva una data incongrua, un numero pari, di quelli che promettono e non mantengono. Gli anni pari non mi avevano mai portato fortuna, e questo era arrivato a tradimento, saltando da un tempo cosciente all’altro.
Quel baratro intermedio mi pareva irrisorio, io ricordavo il 2002, o era il 2003? Non lo sapevo, i miei ultimi anni non dovevano essere stati memorabili. Forse era proprio il 2008, quando mi ero addormentata in quell’ospedale, eppure, avevo la sensazione, dai discorsi di qualcuno in quella stanza, che stessi lì da qualche anno.
Questo pensiero non mi spaventava, non avevo alcun senso di privazione, mi pareva di aver ancora bisogno di tanto tempo per tornare veramente cosciente, e che il tempo cominciasse esattamente da ora. Quello passato, comunque passato, era la mia dote di consapevolezza per l’oggi.
Nel silenzio stralunato del mio cervello non c’era altro che il desiderio di carpire discorsi e assorbire chiarori di luce, di riposare ancora, dopo quel lungo svenimento della coscienza, e tornare piano alla voglia di vivere. Vivere perchè? Sembrava che in quella stanza tutti si fossero rassegnati alla mia falsa vita, che il mio altrove fosse immutabile, e il rito della visitazione non fosse ormai che una penosa abitidune.
Improvvisamente, mi accorsi di aver mosso una mano. La riportai sotto il lenzuolo, cercando di ricordare la precedente posizione. Mi sentivo perfidamente soddisfatta di quella mia momentanea superiorità della coscienza, una sorta di rivincita per la mia incoscienza appena passata, e, forte, più forte di tutto, montava il senso di estraneità per quel mondo appena ritrovato.
Il fantasma di mia madre armeggiava intorno a un tavolinetto, dove un sacchetto di biancheria veniva aperto e svuotato. La penombra ingigantiva la schiena curva di quella donna silenziosa, che avrebbe meritato che io le sorridessi all’improvviso, e impastava i contorni di tutte le altre cose. Davvero non c’era nessun’altro? Sentivo dei rumori provenire dalla destra, ma non potevo muovermi, non volevo muovermi a guardare. Poi, il camice bianco di un’infermiera con una padella in mano entrò nella mia visuale, e capii che stava uscendo da un bagno.
Adesso basta, mi dissi. Adesso mi faccio sentire e tutti si gireranno verso di me come verso Lazzaro, sconvolti dalla sorpresa e dalla gioia. Ma non mi decidevo. Non mi bastava quel quieto risveglio, volevo godermelo da sola, e che durasse a lungo, come un peccato solitario, un’emozione da non condividere e svilire nelle querimonie di un miracolo accaduto.
Perchè non mi importava di far felice quella vecchia stanca? Ne’ cogliere da subito l’occasione di colorare con la mia coscienza l’atmosfera di quella stanza?
La mia vita di prima non mi piaceva, ecco cos’era quella titubanza nel rientrarvi, doveva essere un presentimento cattivo quello che sentivo, forse non era stato un incidente, forse avevo tentato il suicidio. Provai all’improvviso un senso di colpa nei confronti di mia madre. Vedevo le sue mani rugose lisciare con cura una camicia da notte, piegare una federa.
Allora, ebbi voglia di sapere e superare quello che, a questo punto, mi pareva un senso di vergogna: perchè un suicidio mancato è patetico, una suprema confessione di debolezza.
No, non poteva essere. La mia mente avrebbe dovuto portare qualche segno di quei profondi abissi in cui cadono i pensieri di un aspirante suicida, restare inerte di fronte alle lusinghe di quello splendido chiarore solare che penetrava dalla finestra, e invece io continuavo a figurarmi il sole e l’azzurro al di sopra di un cortile di ospedale.
Sapevo di non poter fingere a lungo di essere ancora incosciente, temevo solo che succedesse senza che fossi pronta ad accogliere un vero benvenuto, che se ne accorgessero quando io non me lo aspettavo e non lo volevo.
Mi stavo difendendo, forse mi stavo ancora difendendo da qualcosa. Avevo un sapore amaro in bocca, forse mi nutrivano con dei liquidi, ed io non masticavo qualcosa da anni. La mia bocca era sigillata, mossi la lingua, e sentii un sapore metallico, schifoso. Volevo bere.
Al diavolo, volevo bere e, dunque, la mia commedia sarebbe finita lì. Mi guardai intorno e mi accorsi che mi avevano lasciata sola.
Chissà perchè la cosa non mi meravigliò affatto, mi parve in linea con la sensazione che avevo della mia vita precedente, che doveva essere stata così, abbandonata, intempestiva, piena di desideri inesauditi.
Il giorno stava lentamente declinando, mi accorsi che la luce, fuori, si stava attenuando. Il rumore nel corridoio, al di là della porta accostata, era aumentato di intensità, sembrava una carica di persone in fuga. Forse era l’orario delle visite, forse i visitatori stavano uscendo tutti insieme, senza riuscire a dissimulare il rumoroso sollievo degli scampati.
Quella porta accostata mi pareva una ben misera barriera di fronte al mondo dei sani, dei vivi, di quelli che ricordano tutto e non ne muoiono.
Quando riaprii gli occhi era già buio e c’era un gran silenzio. Dovevo aver dormito, il mio stato clinico evidentemente prevedeva ancora un gran bisogno di riposo, lunghi sonni senza sogni.
Era notte alta. Nessun rumore, solo una lucetta blu sopra la porta del bagno.
Spalancai gli occhi in quel buio, tanto nessuno poteva vedermi. Mossi una gamba, un braccio. Provai a toccarmi il petto, e sentii un tubicino di plastica sul dorso della mano. Cominciavo ad essere insofferente verso quella immobilità forzata, avevo finalmente riconquistato la mia mobilità mentale, mentre il mio fisico era costretto in un reticolo di tubicini e di sensori.
Girai la testa di lato, affondando la guancia in un cuscino troppo morbido. Fu allora che ricordai il profumo di detersivo della biancheria di mia madre, mia madre al mare, sotto un ombrellone degli anni cinquanta, e mia madre in casa, sola con la sua vecchiaia e con me, sola con lei.
Cercai di concentrarmi per ricordare. Ma non riuscivo a ricordare perchè mi trovassi lì, e, in fondo, mi pareva una questione secondaria. Volevo ricordare quale vita fosse stata interrotta quando ero entrata là dentro. A che punto fossi arrivata, se ero mancata solo a me stessa e a mia madre, o ci fossero stati altri a rimanere vedovi, a ricordare la mia voce e i miei occhi.
Il fatto che me lo chiedessi con tanta forza, segnalava forse il fondato timore che non fosse così, che la vita, per tutti gli altri, fosse continuata senza nessun senso di privazione.
Ne fui talmente convinta, che, chiudendo gli occhi, sentii l’umidore di una lacrima scivolarmi di traverso sulla guancia. Avevo pena di me stessa, e mi sembrò colpevole, perchè non avevo avuto la stessa pena per quella donna in attesa intorno al mio letto, anzi, erano ormai due giorni che continuavo a procrastinare un incontro di sguardi, un sorriso, con la perfidia di chi ammette che la propria felicità non dipende da quella degli altri.
Mi accorsi che stavo cercando una ragione per ritornare a vivere, frugando nel passato le mie ragioni, perchè non vedevo niente al di là di quella porta accostata sul corridoio. Dovevo riuscire ad illuminare dalla mia stanza, dal mio letto, lo spazio stretto e nero che si indovinava oltre lo stipite di quella porta verde ospedale.
Continuai a concentrarmi sui desideri e le paure che potevano rinvenire dal passato, e mi venne mal di testa. Aprii gli occhi sulla porta verde ospedale, e mi accorsi che il verde era più squillante, era giorno.
Sentii dei rumori in bagno e colsi il balenio di una divisa bianca, un’infermiera. Decisi che oggi mi sarei svegliata, non avevo più la forza di restare inerte, non sarebbe servito a prepararmi, non serviva nè a ricordare nè a desiderare, nè a riconoscermi. Ero stanca, chiusi di nuovo gli occhi.

Dopo aver sistemato la biancheria, la donna anziana si avvicinò al letto, le accarezzò i capelli, e notò la mano fuori dal lenzuolo. Le spostò il braccio con cautela, temeva sempre di schiacciare qualche tubo. La mano era inerte e fredda, come sempre. Troppo fredda. Guardò l’apparecchiatura vicino al letto, come le avevano insegnato, e non capì. Non capiva quella linea piatta, non era così che doveva essere, non era mai stata così. Bisognava chiedere a qualcuno. Ne fu allarmata, poi impietrita. Chiuse gli occhi, e una lacrima le scivolò di traverso sulla guancia.
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